
- Storia di un monastero
- Una produzione esclusiva
- Il tempo e il suo prezioso lavoro
- Una qualità garantita
- Privo di lattosio
- Una rosa gialla
- La degustazione
Tête de Moine DOP
Storia di un monastero, essenza di un formaggio
Ad identificare un formaggio così caratteristico nel gusto e nell’aroma è un nome altrettanto singolare: “Testa di Monaco”.
Fin dai tempi della Rivoluzione francese, quando i monaci furono scacciati dall’Abbazia di Bellelay, il loro esclusivo formaggio cominciò a essere chiamato Tête de Moine (Testa di Monaco).
I soldati francesi scoprirono nelle cantine del monastero numerose forme di quello che appariva loro un singolare formaggio e cominciarono ad appellarlo Tête de Moine, probabilmente dopo averne appreso la particolare modalità di consumazione, che ricorda nel taglio e nella raschiatura la caratteristica rasatura della testa dei monaci, o forse sulla base della modalità di immagazzinamento del formaggio fatto cioè “a testa”ovvero per ciascun monaco. Nel tempo la denominazione Tête de Moine si è consolidata mantenendo anche il nome originario di Bellelay.
Tuttavia la storia del Tête de Moine (Testa di Monaco) inizia con la fondazione nel 1136 dell’abbazia di Bellelay tra le montagne del Giura.
Il modello alimentare imposto dalla regola dei principali ordini religiosi prevedeva la rinuncia al consumo della carne, così nell’ambito di numerosi monasteri le produzioni casearie vennero nobilitate ad alimento primario e diventarono spesso oggetto di innovative e creative sperimentazioni.
E’ il caso dell’abbazia di Bellelay, dove fin dal 1192 è documentata la relazione tra il monastero e un pregiato formaggio con cui i monaci pagavano il tributo sui loro poderi.
Nel 1570 il formaggio di Bellelay "dryssig bellelay kess” viene già menzionato in una lettera e nel 1628 c’è una prima descrizione del latte impiegato per realizzare il formaggio: “latte molto grasso di eccellente qualità, reso tale dalle migliori piante erbacee e aromatiche del paese”.
L’arte tramandata dai monaci non muore e trova nuovo vigore quando un contadino di Bellelay, A. Hofstetter, viene premiato al "Concours Universel" di Parigi.
Dalla fine dell’Ottocento, con l’apertura di alcuni caseifici nel paese, i segreti tramandati dai monaci di Bellelay continuano a vivere in ogni singola forma di formaggio.
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